Il messaggio di Gandhi ai vegetariani



Il messaggio di Gandhi ai vegetariani
di NICO VALERIO

Il messaggio di Gandhi ai vegetariani: devono avere tolleranza e coerenza morale

Il 2 ottobre è la data di nascita di Mohandas K. Gandhi, nato il 2 ottobre 1869 a Porbandar (nel Gujarat, India dell’ovest), morto a Nuova Delhi il 30 gennaio 1948 per mano di un fanatico indu.

Già quando era in vita, il nome di Gandhi era preceduto dall’appellativo di venerazione “Mahatma” (grande anima, in sanscrito), su suggerimento del poeta indiano R. Tagore e del mistico e filosofo Shri Aurobindo.

In India la sua data di nascita è giorno festivo.

Gandhi è considerato uno dei più grandi uomini dell’epoca moderna. E’ stato filosofo morale, politico e guida spirituale dell’India per molti decenni, teorico della non-violenza (ahimsa), vegetariano, fautore di una vita semplice, al limite dell’ascetismo.

Come vegetariano fa parte della bella lista dei grandi uomini vegetariani, alcuni dei quali suoi contemporanei, come Leone Tolstoi, Albert Einstein, G.B.Shaw e Albert Schweitzer.

«Le generazioni a venire crederanno a fatica che un individuo in carne e ossa come questo ha camminato su questa terra» disse di lui con ammirazione lo scienziato Einstein.

Ed è paradossale che il giovane Gandhi provenendo dall’India, allora molto più di oggi vegetariana, solo dopo essersi stabilito a Londra per studiarvi da avvocato (1886) abbia ripreso la tradizione vegetariana di famiglia, che aveva interrotto.

Merito – racconta lui stesso nella autobiografia La mia vita per la libertà - dei ristoranti vegetariani che già alla fine dell‘800 esistevano nella capitale inglese. Divenne socio della Vegetarian Society.

Come teorico della non-violenza, ebbe grande influenza sui movimenti di liberazione e di opposizione libertaria. Dopo la sua scomparsa, dagli anni 50 in poi, si ispirarono al suo metodo molti esponenti della cultura e della politica, come Martin Luther King, Nelson Mandela, Aldo Capitini, Aung San Suu Kyi ecc.

Ma il giorno dopo l’anniversario gandhiano, il 3 ottobre, bella coincidenza, si celebra la Giornata Mondiale del Vegetarismo.

I vegetariani, sia moderati (lacto-vegetarian o lacto-ovo-vegetarian,, sia radicali, cioè vegan (solo cereali, legumi, verdure, frutta e semi oleosi), stanno aumentando ovunque, anche in Italia.

Una circostanza assolutamente positiva, anche se riteniamo molto sovrastimati i dati diffusi dai giornali sulle indagini demoscopiche al riguardo (5 milioni su 60 milioni! Un dato impossibile, che stride con la nostra esperienza quotidiana: conosciamo pochissimi vegetariani).

Come mai? Probabilmente per motivi psicologici e commerciali che stanno dietro il meccanismo stesso dell’inchiesta demoscopica. Esiste, infatti, una diffusa tendenza potenziale, specialmente tra i giovani e le donne, al cibo non-violento, quello cioè che non richiede l’uccisione degli animali.

Quando ad un giovane già sensibilizzato o animalista l’intervistatore chiede se è vegetariano o se almeno lo sta diventando, o se è utente o vorrebbe diventare utente di negozi “bio”, ecco che il giovane è portato a rispondere in buona fede di sì. Perché vorrebbe diventarlo. Perché apprezza questi valori.

E’ un desiderio, anzi un proponimento, più che una realtà. O è una decisione che ha appena preso lo è appena diventato, e lo sarà per qualche settimana o mese.

Inoltre esistono motivi commerciali che spingono a ideare questionari capaci di dare cifre elevate. Le rilevazioni sociologiche sono quasi sempre pensate su commissione di aziende o settori produttivi.

Ed è noto che esiste un lucroso business attorno al pubblico vegetariano e “bio”, spesso molto consumista (altro che Gandhi!) e poco critico verso le vanterie della pubblicità.

Un mercato, perciò, che fa gola alle ditte produttrici che si sono gettate a capofitto sull’alimentazione alternativa, alla faccia del Mahatma e della sua purezza anti-consumistica.

Insomma, che i vegetariani italiani siano 500 mila o 5 milioni, troviamo davvero poco “gandhiani” e poco coerenti, per stare al messaggio di Gandhi, non solo tutte le mistificazioni sul vegetarismo, ma anche i tanti vegan o vegetariani aggressivi ed estremisti che vorrebbero costringere gli altri alla dieta “perfetta”, secondo loro.

Il Mahatma ha sempre raccomandato, invece, di non seminare odio, neanche attraverso il perfezionismo. E infatti era il primo a confessare i suoi difetti, anche in tema di vegetarismo.

Per tanti motivi, insomma, l’anniversario di Gandhi e la Giornata mondiale vegetariana sono una coincidenza che va sottolineata.

Per ricordare i due eventi, riportiamo di seguito il discorso tenuto da Gandhi alla Società vegetariana di Londra il 20 novembre 1931.

«Sig. Presidente, colleghi vegetariani e amici, non c'è bisogno che vi dica il piacere che ho provato quando ho ricevuto l'invito a questo convegno, perché mi ha rinfrescato vecchie memorie e ricordi di belle amicizie formate con vegetariani.

Sono particolarmente onorato di trovare alla mia destra il Sig. Henry Salt. Proprio il libro di Salt ‘La giustificazione del vegetarismo’ mi ha dimostrato perché, a parte un'abitudine ereditaria e a parte il rispetto per un voto impostomi da mia madre, era giusto essere vegetariano.

E' stato lui a dimostrarmi perché era un dovere morale che toccava ai vegetariani quello di non vivere a spese dei nostri compagni animali. E' pertanto per me un piacere ulteriore trovare il Sig. Salt in mezzo a noi.

Non intendo rubare il vostro tempo esponendovi le mie varie esperienze di vegetarismo e nemmeno voglio raccontarvi le grandi difficoltà con cui mi sono confrontato nella stessa Londra per rimanere fedele al vegetarismo, ma vorrei condividere con voi alcune delle riflessioni che sono maturate in me in relazione al vegetarismo.

Quarant'anni fa avevo l'abitudine di legare facilmente con altri vegetariani. A quell'epoca non c’era quasi nessun ristorante vegetariano a Londra che io non avessi visitato. Mi ero infatti prefissato di visitarli tutti, sia per curiosità che per studiare le possibilità del vegetarismo e dei ristoranti vegetariani a Londra.

Naturalmente, quindi, ero venuto in stretto contatto con molte persone vegetariane. Mi resi conto che a tavola le conversazioni spesso riguardavano il cibo e le malattie, e che i vegetariani che si sforzavano di rimanere saldi nel loro vegetarismo lo trovavano difficile dal punto di vista della salute.

Non so se al giorno d'oggi abbiate di queste discussioni, ma all'epoca io partecipavo a discussioni tra vegetariani e anche tra vegetariani e non-vegetariani. Mi ricordo una di queste discussioni, tra il Dott. Densmore e il defunto Dott. T. R. Allinson. Allora i vegetariani avevano l'abitudine di non parlare di altro se non di cibo e malattie, ma io credo che questo sia il modo peggiore di occuparsi della questione, e mi rendo conto anche che proprio coloro che diventano vegetariani perché sono affetti da questa o da quella malattia - ossia, solamente per una motivazione salutistica - poi in buona parte tornano indietro.

Mi sono reso conto che per rimanere fedeli al vegetarismo è necessaria una base morale.

Per me quella fu una grande scoperta nella mia ricerca della verità. Già in giovane età, nel corso delle mie sperimentazioni, mi resi conto che una base egoistica non sarebbe servita allo scopo di elevare l'uomo sempre più in alto lungo i percorsi evolutivi.

Ciò che serviva era uno scopo altruistico.

Mi resi anche conto che la salute non era affatto monopolio dei vegetariani. Trovai molte persone che non avevano pregiudizi in un senso o nell'altro e trovai che in genere i non-vegetariani potevano godere di buona salute. Mi resi anche conto che per parecchi vegetariani era impossibile rimanere tali perché avevano fatto del cibo un feticcio e perché pensavano che diventando vegetariani avrebbero potuto mangiare lenticchie, fagiolini, fagioli e formaggio a sazietà.

Ovviamente per queste persone non era possibile conservare una buona salute.

Riflettendo su questi temi, conclusi che un uomo dovrebbe mangiare con frugalità e ogni tanto digiunare. In effetti nessun uomo o donna mangiava davvero con moderazione o consumava solo la quantità di cibo richiesta dal corpo. Siamo facili prede delle tentazioni del palato, e quindi quando qualcosa ha un gusto delizioso non ci preoccupiamo di prendere un boccone o due in più. Ma non ci si può mantenere in salute in queste condizioni. Pertanto mi resi conto che per mantenersi sani, non importa quanto si mangiasse, era necessario ridurre la quantità di cibo e il numero dei pasti, diventare moderati, sbagliare in difetto piuttosto che in eccesso.

Quando invito degli amici a condividere il cibo con me non li forzo mai a prendere nulla se non quello che desiderano. Al contrario, dico loro di non prendere una cosa se non la vogliono.
Ciò che voglio farvi notare è che i vegetariani devono essere tolleranti se vogliono convertire altri al vegetarismo. Adottiamo un po' di umiltà. Noi dovremmo fare appello al senso morale delle persone che non hanno le nostre stesse idee.

Se un vegetariano si ammalasse, e un dottore gli prescrivesse brodo di manzo, allora io non lo chiamerei vegetariano. I vegetariani sono fatti di materiale più robusto. Perché? Perché il vegetarismo riguarda la costruzione dello spirito, non del corpo. L'uomo è qualcosa di più che carne. E' la spiritualità dell'uomo ciò di cui ci occupiamo.

Perciò la base morale dei vegetariani dovrebbe essere la consapevolezza che gli uomini non sono nati carnivori ma per vivere della frutta e delle piante che crescono sulla terra. So che tutti facciamo degli errori. Io rinuncerei al latte se potessi, ma non ci riesco. Ho provato moltissime volte, ma non riuscirei a recuperare le forze dopo una malattia seria senza tornare al latte. Questa è stata la tragedia della mia vita. Ma la base del mio vegetarismo non è fisica, bensì morale.

Se qualcuno mi dicesse che morirei se non prendessi del brodo di manzo o di montone, anche su prescrizione medica, io preferirei la morte. Questa è la base del mio vegetarismo.

Mi piacerebbe pensare che tutti noi che ci definiamo vegetariani avessimo quella base. Ci sono stati migliaia di carnivori che non sono rimasti tali. Ci deve essere un preciso motivo per fare quel cambiamento nelle nostre vite, per adottare usi e costumi diversi da quelli prevalenti nella nostra società, anche se a volte quel cambiamento può urtare le persone a noi più vicine e più care. Per nulla al mondo bisognerebbe sacrificare un principio morale.

Pertanto il solo fondamento per avere una società vegetariana e per proclamare un principio vegetariano è, e deve essere, di tipo morale. Io che vado in giro per il mondo non sono qui per dirvi che in genere i vegetariani godono di una salute molto migliore rispetto ai carnivori.

Appartengo ad un paese che è prevalentemente vegetariano per abitudine o per necessità, pertanto non posso testimoniare che questo mostri una resistenza, un coraggio o un'esenzione dalle malattie molto maggiori, perché è una cosa specifica, personale. Richiede obbedienza, scrupolosa obbedienza, a tutte le leggi dell'igiene.

Pertanto, credo che quello che i vegetariani dovrebbero fare non è enfatizzare le conseguenze fisiche del vegetarismo, ma esplorarne le conseguenze morali. Anche se non abbiamo ancora dimenticato che abbiamo molte cose in comune con le bestie, non ci rendiamo abbastanza conto che ci sono determinate cose che ci differenziano da esse.

Ovviamente, abbiamo esempi di vegetarismo nella mucca e nel toro - che sono vegetariani migliori di noi - ma c'è qualcosa di più elevato che ci chiama al vegetarismo. Pertanto ho pensato che, nel tempo in cui mi concedo il privilegio di parlarvi, vorrei semplicemente enfatizzare il fondamento morale del vegetarismo.

E vorrei dire che ho appurato dalla mia stessa esperienza, e dall'esperienza di migliaia di amici e compagni, che essi sono appagati, per quanto riguarda il vegetarismo, dal fondamento morale che hanno scelto per mantenere la loro scelta. In conclusione, ringrazio tutti voi per essere venuti e per avermi permesso di incontrarvi viso a viso.

Non posso dire che fossi abituato a vedervi quaranta o quarantadue anni fa. Immagino che i volti della Società Vegetariana di Londra siano cambiati, sono pochissimi i membri che, come il Sig. Salt*, possono vantare una partecipazione alla Società che supera i quarant'anni».

GANDHI

*Henry S. Salt, oggi dimenticato, era stato vice-direttore all’Università di Eaton dal 1875 al 1884 e segretario onorario della Lega Umanitaria dal 1891 al 1919. Vegetariano per oltre 50 anni, aveva circa 80 anni al momento del discorso di Gandhi. Riteneva la società umana ancora primitiva, come mostra il polemico titolo d’un suo libro scritto a settant’anni: Settant'anni tra i selvaggi.

fonte:bibliothe