Dethlefsen - Corpo, Anima e Spirito


Il corpo

Per approfondire: Thorwald Dethlefsen - Il destino come scelta - Edizioni Mediterranee, pagg. 26-31

Il corpo - nell’uomo vivente – si distingue dalla semplice somma delle sostanze chimiche di cui è composto, in quanto a tutte sottostà (ovvero: su tutte sovra-sta) un’idea comune che contribuisce a formare il concetto globale “uomo”.

Questo fatto non è ovvio. Molto più ovvio è quanto possiamo osservare quando un corpo va in putrefazione: tutte le componenti chimiche seguono le leggi loro proprie (la loro propria volontà) e non soggiacciono a nessuna concezione globale.

Se questo però avviene nell’uomo vivente, questo significa che in lui deve essere all’opera una istanza che possiede l’autorità sufficiente a coordinare le differenze materiali.

Questa istanza deve essere tipica dell’uomo vivente, in quanto nel morto non la ritroviamo più.

Sul piano materiale è noto che quando un individuo muore non scompare niente.

Di conseguenza l’istanza che andiamo cercando non può essere di natura materiale, perché se il criterio essenziale di questa istanza è la capacità di coordinare la materia, difficilmente avrebbe potuto - essa stessa - essere materia.

Chi ha assistito all’accadere della morte sa che quando uno muore la coscienza e la vita di chi muore si dissolvono. E’ ipotizzabile che l’istanza che andiamo cercando corrisponda ad uno di questi due “concetti”.

L’anima

Ma cos’è allora la coscienza? L’uomo è consapevole di se stesso. Egli sperimenta se stesso come individuo che è - e che percepisce - dalla nascita fino alla morte. Questa coscienza costituisce una continuità che il corpo – il quale continuamente distrugge e costruisce cellule - non possiede.


Un concetto diverso, più antico è l’anima. Anima significa coscienza, individualità, è istanza che riunisce e trasforma in unità le diverse componenti materiali del corpo e le coordina. L’anima è una istanza autonoma, che si distingue qualitativamente dal corpo materiale.

La nostra moderna psicologia non conosce purtroppo - ancora - l’anima. Ha creato una terminologia specialistica che crea l’impressione di sapere tutto dell’anima, delle sue profondità e dei suoi livelli, ma in realtà la psicologia non è riuscita – fino ad ora – neppure a stabilire un contatto con l’anima umana.



La psicologia indaga nell’uomo l’elemento psichico, ovvero il manifestarsi dell’anima. Tuttavia questo elemento non è l’anima, ma il prodotto di questa stessa scienza. Confondendo questi due concetti, la psicologia ritiene che la funzione dell’anima umana sia un prodotto del cervello e di un sistema nervoso intatto, e ne deduce che con la perdita dei presupposti materiali anche l’anima cessi di esistere.

Quando noi parliamo di anima o coscienza, intendiamo una istanza autonoma, non materiale, che non è un prodotto o un derivato della materia – come cervello, sistema nervoso e simili – né dipende in qualche modo da essa.

Le religioni, gli iniziati ed i mistici sanno da sempre dell’esistenza di quest’anima e della sua sopravvivenza alla morte fisica.

La psiche, ovvero l’anima della psicologia - compresa la psicologia del profondo - non coincide con il concetto sopra esposto, ma soltanto con i suoi prodotti di eliminazione.

La psiche - l’anima della psicologia – è il luogo degli impulsi, delle paure, dei conflitti e dei complessi, un concetto globale che esprime alcune manifestazioni dell’anima, mai chi agisce, cioè l’anima in se stessa che si manifesta.

Si suppone che chi agisce sia localizzato nel cervello e nel sistema nervoso centrale. Ma allora chi induce il cervello ed il sistema nervoso a lavorare? La scienza sa che la materia necessita sempre di una informazione per poter essere attiva e le informazioni tuttavia non sono materiali.

Occorre infatti ricordare che ovunque, in natura - dove si svolgono processi di configurazione – deve essere presente l’informazione, cioè la coscienza o l’anima. Nell’ambito terrestre - la dimensione della materia – l’anima ha bisogno di un latore materiale, che tuttavia è di natura sottile e di qualità diversa.

Gli esperimenti condotti da Harold Saxon Burr, professore alla Yale University, sui campi elettrici che circondano gli organismi viventi, hanno evidenziato che intorno ad un chicco di grano è presente un campo avente la forma della pianta matura cresciuta – ed intorno ad un uovo di rana un campo avente la forma del corpo di una rana adulta: un campo aurico di informazioni.


Ogni nuova cellula trova il suo posto in queste immagini invisibili, ma misurabili. Questi risultati sperimentali confermano il concetto esoterico secondo cui tutti gli esseri viventi si sviluppano e si evolvono secondo una forma predeterminata, un ordine implicito di livello superiore.



La vita

Dopo avere enunciato i concetti di corpo e di anima, resta un concetto molto importante, cioè la vita. La vita non può essere sinonimo di coscienza, in quanto già il linguaggio differenzia mancanza di coscienza e morte. La vita non consiste neppure nella materia, perché le espressioni della vita si manifestano – si rendono visibili – nell’ambito della materia.

La vita è, per l’uomo, il più grande dei misteri. Se già l’anima è ignota alla scienza, ancor più lo è la vita nel suo autentico significato. La scienza è in rapporto con essa semplicemente con i suoi effetti materiali, ma la vita in se stessa non la conosce. L’uomo non può produrla e non può distruggerla. La vita è una qualità che sfugge completamente ai suoi approcci ed alle sue analisi.



Ognuno conosce per sentito dire la classica tripartizione: corpo, anima e spirito. La filosofia ermetica insegna che lo spirito è vita. La vita – lo spirito – contrariamente all’anima, è impersonale, anonima. C’è soltanto uno spirito, una vita.

Quando lo spirito agisce attraverso di noi, allora si vive. Terminata la vita - l’esperienza terrestre - si conclude semplicemente questo rapporto, ma la vita non viene affatto distrutta.

C’è soltanto uno spirito e quindi anche la vita dentro di noi rappresenta una unita, la “scintilla divina” di un fuoco permanente che esiste contemporaneamente e sempre, in ogni essere vivente. L’uomo - come qualsiasi altro prodotto della natura – consiste di corpo, anima e spirito.

Egli vive se stesso come unità e chiama questa unità “io”

Osservando attentamente questa unità corporea “uomo” si può notare che esso è composto da altre unità, come gli organi. Altrimenti non si potrebbe distinguere un cuore da un fegato. Questa funzionalità individuale presuppone anche che ogni organo possieda una coscienza individuale.

Questo pensiero può parere insolito, dato che noi attribuiamo sempre e solo a noi stessi una coscienza. La maggior parte degli uomini è disposta a concedere una coscienza al proprio cane, sebbene questa coscienza del cane sia indubbiamente diversa da quella dell’uomo.

Attribuire una coscienza ad una mosca appare tuttavia più problematico, anche se sorge spontaneo chiedesi come mai si debba operare una simile distinzione. Tutto ciò che si evolve vivendo e mostra una sua individualità ha una coscienza, anche se talvolta abbiamo difficoltà a percepire la nostra coscienza insieme a quella di altre forme di vita.



Bene o male dobbiamo concedere anche ai nostri organi questa “coscienza”. Il fegato sente se stesso come unità ed individualità chiusa in se stessa. Il suo compito – secondo ‘ordine implicito – è solo quello di compiere unicamente le sue prestabilite funzioni di fegato, altrimenti l’individualità “uomo”, al esso preposta e nella quale il fegato è integrato organicamente, ne soffrirebbe.

Osservando attentamente l’individuo fegato, ci imbattiamo nella dualità. Esso è autopoietico, vive e può riprodursi, possiede quindi – senza alcun dubbio – una coscienza, sente di esistere. Il suo compito è di essere in tutto e per tutto una unità, una cellula epatica.

Se questa situazione non soddisfa, se vive nel disagio, la sua coscienza e scopre un desiderio di libertà, si trasforma in cellula tumorale, in quanto abbandona l’ordine implicito prestabilito,

L’uomo che si trova ad avere in sé queste cellule anarchiche non se ne rallegra di certo anzi, cerca di eliminarle per garantire a se stesso la propria esistenza. Come la cellula – in quanto individuo – è parte organica dell’individuo maggiore costituito dall’organo e l’organo a sua volta è parte dell’individuo uomo, così anche l’uomo è parte di una unità maggiore.

L’uomo è soltanto una cellula di un organismo che chiamiamo umanità (umani in unità) che a sua volta è partesi un organismo che chiamiamo pianeta terra. Come tutti i pianeti, anche la terra ha una intelligenza individuale e possiede non solo un corpo, ma anche una coscienza. Se questo non accadesse non avremmo un corpo planetario intatto, bensì un cadavere di pianeta.

In altre parole possiamo considerare non soltanto le forme corporali di manifestazione. Ogni corpo, sia esso sasso, pianta o animale, possiede un’anima e uno spirito, altrimenti avremmo avanti a noi un cadavere, che ben presto abbandona la sua forma originaria.

Anche un pianeta è soltanto un organo di un essere vivente più grande, il sistema solare, e così via. Se l’uomo considera un po’ quest’ordine implicito e lo osserva con attenzione, si rende ben presto conto che egli stesso, in quanto cellula di un organismo superiore, deve solo adempiere ad un compito, cioè compere il servizio che gli è stato affidato nell’universo.

L’uomo deve vivere secondo questo e fare del suo meglio per essere una cellula - una unità organica - il più possibile utile a questo ordine implicito, così come egli si aspetta che facciano le cellule del corpo in cui vive, altrimenti lui stesso diventerà una cellula tumorale di questo mondo.
Se egli abbandona volontariamente quest’ordine per assaporare – secondo il libero arbitrio – questa malintesa libertà, non dovrebbe meravigliarsi di venire eliminato.

Perché: Come in alto, così in basso.

Per approfondire: Thorwald Dethlefsen - Il destino come scelta - Edizioni Mediterranee, pagg. 26-31

Mindfulness per persone indaffarate



Cosa vuol dire mindfulness

Il significato di mindfulness viene da un passato molto lontano. Affonda le sue radici nella tradizione buddista. Per qualche migliaio di anni la cultura e la religione buddista hanno esplorato le potenzialità della meditazione, coltivando l’attitudine alla consapevolezza e alla piena accettazione della realtà per quella che è. 

Con l’idea che solo una conoscenza lucida e chiara della realtà presente possa essere la base su cui costruire un cambiamento, un miglioramento.


Probabilmente a qualcuno evoca di essere seduto in terra con le gambe incrociate, gli occhi socchiusi.

Si chiama pratica formale: mi metto con la precisa intenzione di dedicare una certa quantità di tempo alla meditazione e non faccio niente altro che non sia cercare di esercitare l'attenzione e la consapevolezza, spesso attraverso l'ascolto del respiro.

Ma possiamo anche coltivare la presenza mentale, attenzione e consapevolezza in qualsiasi altro momento della giornata, senza bisogno di sospendere le nostre attività quotidiane.

Tuttavia il cervello non è capace di dedicare attenzione a più attività nello stesso momento. Quando abbiamo la sensazione di fare diverse cose assieme in verità non facciamo altro che spostare la nostra attenzione della mente da una attività all'altra molto velocemente.

Il lavoro d'ufficio spesso è fatto così: apri un file, scrivi tre righe, poi arriva una telefonata e per risolvere la cosa devi andare a cercare dei documenti. Chiusa la telefonata guardi le e-mail e finalmente è arrivata una risposta che ti serve per un lavoro che avevi lasciato in sospeso.

Anzi è l'esatto contrario: si tratta di focalizzare l'attenzione e costruire piccole isole di quiete e concentrazione nel corso della giornata, mentre siamo impegnati in attività del quotidiano.

Sotto la doccia

Presenza mentale sotto il getto d'acqua bollente mentre il box doccia si riempie di vapore. Hai l'occasione per un momento di intimità con te stesso. Ma la tua mente nel frattempo cosa fa?

Continua a vagare. Non che ci sia qualcosa di male in questo. Anzi, a volte, lasciando vagare la mente in un momento di relax può succedere di avere all'improvviso idee interessanti e di trovare soluzioni originali a qualche problema.

Spesso però non siamo affatto rilassati, e la nostra mente più che vagare liberamente si mette a rimuginare. Ripensi a un problema di lavoro, o a quel collega insopportabile e ruffiano. Oppure pensi con preoccupazione alle troppe cose che devi fare: portare il cane dal veterinario, chiamare l'idraulico, ritirare i vestiti in lavanderia.

Insomma: sei completamente nudo, nel tuo bagno, ed è come se avessi spalancato la porta e avessi invitato tutti a entrare: il cane, il veterinario, l'idraulico e pure il collega antipatico. Sono tutti lì con te mentre fai la doccia.

Concentrati sul corpo e sulle sensazioni. Senti il getto sulla testa e sulle spalle. L'acqua e i vapore (se stai facendo una doccia calda) che ti avvolgono. Ascolta che rumore fa l’acqua che esce dal soffione, rimbalza sul tuo corpo e poi finisce sul piatto della doccia e di lì nello scarico. Metti un po' di sapone sul palmo della mano e assaporane il profumo e la consistenza, prima di passarlo sulla pelle massaggiandone con cura ogni centimetro.

Fare la doccia in questo modo non vuol dire metterci più tempo. Se hai fretta non è necessario indugiare. Ci puoi mettere esattamente lo stesso tempo che impieghi normalmente. Solo che invece di stare dietro alle trasmissioni confuse di radio mente ti concentri su quello che stai effettivamente facendo.

Aspettare qualcosa o qualcuno

Non c'è nulla di più snervante delle attese. Aspettare che arrivi il bus o la metro. Peggio ancora fare la fila dal dottore o alla posta. O restare incastrati nel traffico.

Le nostre giornate sono sempre piene. Abbiamo mille cose da fare, impegni da rispettare. Non ci piace essere costretti all'inattività perché un autobus è in ritardo o perché altre 20 persone prima di noi hanno deciso che era il giorno giusto per andare alle poste.

Sbuffiamo, diventiamo insofferenti, ed è facile che si inneschino nel nostro organismo le tipiche reazioni allo stress: la pressione del sangue che sale un po’, una leggera accelerazione del battito cardiaco, il respiro che diventa più affrettato e superficiale.

È possibile invertire questo picco di stress approfittando della pausa forzata per fare un po' di meditazione.Non c'è bisogno di sedersi per terra, di chiudere gli occhi né di fare altro che possa farci sentire a disagio in un luogo pubblico.

Basta rivolgere con dolcezza l'attenzione al respiro, senza forzarlo, cercando di allenare la consapevolezza. Cosa stiamo provando? Come reagisce il nostro corpo all'imprevisto? Come si manifesta l'irrequietezza nel corpo e nei pensieri?

Invece di innervosirci, proviamo a rivolgere a noi stessi una calda attenzione ascoltandoci respirare, ritrovando il nostro centro, o semplicemente imparando a stare con quel che c'èin quel momento.

Possono bastare pochi minuti per ritrovare la calma. E allora diventa piacevole approfittare di quella pausa forzata per osservare il mondo attorno a noi: l'ambiente, le persone, i loro discorsi. O se sei all'aperto: com'è il cielo in questo momento? Cosa sento sul viso? Il tepore dei raggi del sole? Il fresco del vento? L'umido della pioggia?




Preparare il tè

Se hai deciso che è venuto il momento di fare un buon tè, probabilmente è perché ritieni che sia il momento di una pausa.

Spesso però tendiamo a riempire queste pause di ogni cosa. Metti su il bollitore e approfitti dell'attesa per telefonare alla mamma. Lasci il tè in infusione e intanto controlli le notifiche sullo smartphone. E poi accendi la tv, o la radio, o fai partire un video sul tablet, mentre sorseggi il tè.

Ma fatta così, che pausa è? E se il tempo era quello che mi ero concesso per una pausa rigenerante la cosa è alquanto seccante. Il mio quarto d'ora di relax se n'è volato e non mi sono quasi accorta del sapore del mio tè.

Anche senza bisogno di impegnarsi in complicate cerimonie del tè, con qualche semplice istruzione possiamo approfittare della nostra pausa per fare esercizio di consapevolezza.

Prepara il tè come fai di solito, ma impegnati a fare tutto con lentezza. Bandisci la fretta, rallenta i tuoi movimenti abituali e osservali.

Riempi il bollitore, mettilo sul fuoco e attendi ascoltando con attenzione come cambia il rumore dell'acqua mano a mano che la temperatura si alza, fino all'ebollizione.

Prepara l'infuso - con le foglie o con le classiche bustine - e osserva cosa succede. Guarda l'acqua che cambia colore. Respira a fondo l'aroma del tè che comincia a diffondersi.

Versa il tè nella tazza. Poi prendila con tutte e due le mani, sentendo la consistenza liscia della ceramica e il calore che emana. Cerca di essere consapevole del peso della tazza mentre la sollevi per portarla alle labbra. Poi il sapore e il calore del primo sorso di tè in bocca e nella lingua. Deglutisci, consapevole del percorso della bevanda calda nella gola e poi nell'esofago fino allo stomaco.

Resta gentile con te stesso quando ti accorgerai di non riuscire a fare tutto questo in piena concentrazione. Prova a essere consapevole dei pensieri distraenti formulati dalla tua mente. Osservali per un istante e poi lasciali andare per tornare a rivolgere piena attenzione all'esperienza diretta di questo momento: bere il tè.



Faccende domestiche o karmayoga

Quei piccoli e grandi compiti di cui dobbiamo per forza occuparci per mantenere pulito e in ordine l'ambiente in cui viviamo.

Questo è definito Karmayoga: lo Yoga dll'Azione.


Alcuni di questi compiti li facciamo senza particolare sforzo, mentre altri risultano particolarmente odiosi. Non siamo tutti uguali in questo. C'è chi pulisce volentieri il bagno ma odia stirare. Chi ogni mattina ricompone il letto senza nemmeno pensarci ma poi non sopporta sciacquare i piatti e metterli nella lavastoviglie.

Quando siamo alle prese con i compiti che consideriamo noiosi è cercare di farli alla svelta e pensando ad altro, in modo da sfuggire dalla noia e dalla frustrazione.

Per una volta proviamo a fare tutto il contrario. Prendi la faccenda domestica per te più antipatica, quella che fai meno volentieri, e prova a farla in modo consapevole come lavare i piatti.

Riempi con calma il lavello di acqua calda e osserva come si forma la schiuma del detersivo. Immergi le mani e nota la sensazione di calore e la leggera pressione dell'acqua sui guanti di gomma. Prendi la spugna e osserva i movimenti del tuo braccio mentre la passi sulle stoviglie. A volte basterà un tocco leggero, altre volte dovrai fare pressione per strofinare più a fondo.

Quando senti sopraggiungere la noia o la frustrazione, prendine nota mentalmente e prova a lasciarla andare tornando a concentrarti nel compito che stai svolgendo.

Fai lo stesso con i pensieri. Osserva, senza giudicare, la tendenza della tua mente a vagare e riporta la tua attenzione a quel che stai facendo.

Praticamente ogni momento (o quasi) può diventare occasione per allenare la capacità di essere pienamente presenti qui e ora. Basta applicare al compito che stiamo svolgendo questi quattro principi:

Presta attenzione momento per momento a quello che stai sperimentando. Ascolta in particolare le sensazioni del corpo. Riconosci l'attività della tua mente e cerca di non restare incastrato in pensieri che riguardano il passato o il futuro.

Lascia andare le distrazioni e riporta con gentilezza l'attenzione al momento presente.

Osserva questa tua esperienza cercando di non giudicarla. Registra quello che provi cercando di non catalogare tutto come buono o cattivo, piacevole o spiacevole.

Questa pratica può funzionare in diverse situazioni: quando esci per portare fuori il cane, guidando la macchina, mentre ascolti una persona che ti parla, camminando, facendo sport, preparando la cena.

Certo non può sostituire la pratica di meditazione formale. L'ideale è fare entrambe le cose per portare sempre più consapevolezza e attenzione al qui e ora.

Però, se proprio a stare seduto ad ascoltare il tuo respiro non ci riesci, non trovi il tempo, non ne hai voglia, ti viene sonno... puoi sempre ripiegare su queste semplici pratiche di mindfulness.

Forse scopri che ti piace e ti verrà spontaneo approfondire i concetti e la pratica.


Workshop Avventura Benessere Cucina Weekend dal 29 Giugno 2018




Dal 29 giugno al 1° luglio 2018
Workshop organizzato da
Tre giorni nella natura di Podere Campopiano
ABC : Avventura Benessere Cucina 
condotto da Jenny Sugar e Sahaj Bez

Concediti un weekend d’introduzione al benessere di mente, corpo e spirito attraverso la conoscenza di una stupenda cucina sana e facili tecniche per entrare in sinergia con mente e corpo.


Chi mangia in modo consapevole riconosce che non c’è un modo giusto o sbagliato di mangiare ma diversi tipi di esperienze legate alla nutrizione.

Chi mangia in modo consapevole ottiene numerosi benefici sulla salute fisica e mentale tra cui:

  • Mangiare meno con più soddisfazione 
  • Modificare le scelte e i comportamenti alimentari 
  • Diventare consapevole dei pensieri ed emozioni legati al cibo
  • Sentire che il proprio corpo lavora meglio
  • Piacere di più a se stessi, quindi essere più felici
  • Comprendere il legame tra la terra, gli esseri viventi e le scelte alimentari.

Il programma è incentrato su attività quotidiane miranti allo stare-bene che comprendono
  • Sessioni di Meditazione, Yoga ed altro ancora per praticare la presenza mentale
  • Workshop informativi sulla nutrizione preventiva e curativa a base vegetale e integrale 
  • Lezioni di cucina sana: preventiva, curativa e … deliziosa 
  • Passeggiate guidate nei dintorni, da turisti o nel bosco, con mindfulness 
  • Alimentazione basata su una deliziosa e salutare cucina con prodotti biologici locali e di stagione
WORKSHOP ABC GIUGNO 2018

I workshop culinari riguarderanno la parte teorica e pratica della nutrizione e cucina vegan-smart (whole plant based):
  • Le basi per la nutrizione vegana-integrale: cosa e perché
  • Le basi per la cucina vegana-integrale: scoprire e utilizzare i nuovi ingredienti vegetali, variegati, colorati e sane tecniche per cucinarli, anche crudismo e detox
  • Diverse ricette di cucina italana in versione vegan-whole: come veganizzare
  • Utilizzare quanto appreso per creare un percorso nuovo
I Conduttori 
   

Jenny Sugar: nata in una famiglia di pasticcieri e cioccolatieri, iniziando giovanissima e poi staccando per molti anni per riprendere nel 1999 con Sugartree a Milano.

Quindi il grande viaggio alla ricerca di mente sana in corpo sano che ha convertito il mio modo di nutrirmi: prima vegetariana e poi vegana–integrale detta “whole” con il corso di nutrizione SHARAN in India.

Infine la conferma in ambito scientifico con il diploma di Plant Based Nutrition ottenuto nel 2014 dal Centro di Studi Nutrizionali T. Colin Campbell e l’Università di Cornell. Nel 2015 la certificazione Food for Life di PCRM a Washington DC e poco dopo quella del programma di formazione SHARAN in India.

Oggi Health and Food Coach per portare benessere e qualità della vita con il cibo curativo: proveniente dal mondo vegetale, sempre integrale, integro, non raffinato e minimamente processato. Condividendo quanto imparato ed interiorizzato non solo in relazione a come e quali cibi mangiare, ma anche a come prepararli: cotti o semplicemente crudi.



Sahaj Bez: Dopo una lunga esperienza professionale in psicologia della comunicazione ha approfondito gli studi di Manas Vidya, la conoscenza della mente secondo l'Ayurveda, della filosofia Sāṃkhya e delle Sacre Scienze Vediche, sia in Italia che in India. 

Propone da molti anni incontri di Meditazione e Consapevolezza in accordo con gli insegnamenti ricevuti dagli amati maestri che ha incontrato.



INFORMAZIONI & ISCRIZIONI


Il periodo proposto va dalle 17:00 del 29 giugno fino alle 17:00 del 1 luglio


Il prezzo è di 250 euro omnicomprensivo di tutto: vitto, alloggio, corsi, meditazioni e tempo libero.

Per le modalità di pagamento, informazioni sconto del 10% per chi prenota e paga entro il 10 giugno, richiesta di visionare il programma dettagliato, abbigliamento consigliato, come arrivarci senza macchina e altre domande,  
chiamate Jenny 348 5240608. Grazie!
Il workshop  ABC Weekend è riservato ai soci  dell'Associazione Podere Campopiano  ed è compresa nella quota di iscrizione. Per informazioni chiamate Sahaj  335 8128628

Come Raggiungere Campopiano

Qui la mappa di Google
Località Campopiano, 27050 Cecima Pavia, Lombardia, Italy

In Auto:


dalla A21 TORINO PIACENZA, uscita Voghera, dalla A7 MILANO GENOVA, uscita Casei Gerola. Seguire sempre per Salice Terme. Dopo Salice proseguire sulla statale del Monte Penice. Superare Godiasco e San Desiderio. Dopo San Desiderio proseguire per altri 3 chilometri fino al bivio per Cecima, svoltare a destra, poi subito a destra dopo il ponte sul fiume. Seguire la strada tra i campi per circa un chilometro e svoltare a sinistra all¹indicazione Campopiano. BUON VIAGGIO!!!



“ prova ad essere il cambiamento che vuoi vedere nel mondo...Mahatma Gandhi...